TTIP: morto, non morto… – di Floriana Dolce | Gruppo Perseo

TTIP: morto, non morto…

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Il famigerato TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), ovvero trattato di liberalizzazione commerciale transatlantico per il quale Stati Uniti e Unione Europea stavano trattando dal 2013 è – sembrerebbe almeno – andato in fumo. Il condizionale è consigliabile, visto che a dichiararlo deceduto è stato al momento il vicecancelliere e ministro dell’Economia tedesco Sigmar Gabriel attraverso una dichiarazione rilasciata alla rete tedesca ZDF durante un’intervista.

In effetti, negli ultimi mesi erano state messe a tacere le voci su questo accordo, il quale ha dovuto cedere la priorità ad altre vicende. Sul versante transoceanico siamo, infatti, nel vivo della campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali con uno scontro tra titani, Hillary Clinton vs. Donald Tramp, mentre al di qua dell’Atlantico l’Europa deve fare i conti con la recentissima Brexit – sulle cui conseguenze se ne discute sin da prima che si votasse ma nessuno di fatto ha ancora contezza delle stesse – e con tutta una serie di problematiche, dagli attacchi terroristici agli incessanti flussi migratori.

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Ma cosa prevedeva questo accordo?

In sintesi, l’accordo apre la strada alla liberalizzazione dei commerci USA-UE in direzione di una riduzione dei dazi doganali e di una rimozione alle barriere non tariffarie e a tutti quei regolamenti e standard che vengono applicati ai prodotti (cibo, make up, etc.).

Perché larga parte della società civile ha manifestato e continua a manifestare contro il TTIP? Poiché si tratta di un accordo deleterio per ciò che significa per noi qualità dei prodotti, attenzione alle componenti e agli ingredienti, per non parlare dello spettro degli OGM ai quali si darebbe il via libera senza troppi problemi.

Si tratta, in pratica, di un accordo che andrebbe a beneficio quasi del tutto esclusivo degli Stati Uniti.

Ma se questo vi sembra già piuttosto allarmante, sebbene le dichiarazioni di cui si è detto all’inizio che farebbero pensare alla morte (presunta) del TTIP, dietro l’angolo compare un altro accordo, quasi un suo gemello, ma più brutto e più infido, quello con il Canada chiamato CETA.

Se venisse approvato il CETA, talune grosse società americane che controllano direttamente o indirettamente società canadesi potrebbero trovare il modo di bypassare il muro Ue senza bisogno del TTIP ma garantendosi dei vantaggi rispetto alle stesse aziende europee.

Questo, ad esempio, si tradurrebbe in una drastica riduzione del numero dei prodotti agroalimentari europei DOC e DOP attualmente protetti e già bistrattati e abbondantemente copiati oltreoceano.

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Come sempre il grosso problema dell’Ue – o uno dei suoi più evidenti – è la macchina decisionale, e in questo caso la minaccia resta quella di vedere approvato un accordo scandalosamente nocivo per le aziende e per i prodotti nostrani a causa di ritardi nei tempi e nei lavori delle commissioni chiamate a dover discutere di un accordo del genere.

Settembre in questo senso sarà un mese decisivo e quindi dobbiamo tenere gli occhi bene aperti come cittadini e come consumatori a quel che accade in quel mitologico luogo chiamato Europa Unita. Molte sono le iniziative e le campagne che vogliono dare battaglia e provano a far capitolare questi accordi per il libero scambio che di libero hanno soprattutto la facoltà di passare sopra la nostra tutela e la nostra salute.

Non dimentichiamoci, per altro, che se Francia e Germania attraverso dichiarazioni a denti stretti hanno negli ultimi mesi mostrato le loro remore verso il TTIP, viceversa in Italia il ritornello resta sempre quello ben rappresentato dalle parole del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, il quale ha sempre parlato di questo accordo come di una grande occasione e negli ultimi giorni ha dichiarato: “Faremo di tutto per portare a termine l’accordo sul Ttip”.

E se il TTIP è duro a morire e sembra si stia evolvendo in una sorta di zombie, quello che viene in mente è il grande pericolo che ciò rappresenta per tutti noi, soprattutto alla luce del fatto che esiste – ed è anch’esso in fieri – un altro accordo come il CETA.


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